Due articoli da leggere. Scienza, politica e assembramenti

I.

Recentemente mi è capitato di leggere due articoli, o post, interessanti. Uno è “Epistemologia sive politica”, apparso sul blog “IlPedante.org” un po’ prima dell’inizio della pandemia, ovvero nel gennaio 2020.
L’altro riguarda la “logica degli assembramenti”, per così dire.

Il primo, recensendo uno studio di Federico Brandmayr comparso sull’“International Journal of Politics, Culture and Society”, si interroga su una questione importante, anche alla luce di quel che è successo quest’anno, ma che era emersa anche prima, ovvero il fatto che nel rapporto fra cittadini e autorità acquista sempre più spazio e peso il dibattito intorno alla credibilità delle informazioni tecnico-scientifiche con cui le autorità giustificano le loro scelte.

E in effetti abbiamo sentito dire, negli ultimi anni, che “la scienza è in pericolo”, che c’è un vero e proprio “attentato” alla credibilità della scienza (che “non va messa in discussione”), e che rischiamo di avviarci – a causa di questi attacchi alla scienza – verso un mondo di “ignoranza”.

Non che questo non sia in parte vero; ma non è tutta la verità, e c’è tutto l’interesse, da parte di un settore consistente di decisori politici, a far passare ogni dibattito sulla scienza, che metta in questione le asserzioni condivise dai decisori stessi, come “attentato alla scienza” da parte di ignoranti o sostenitori di pseudoscienze.

Nello studio a cui rinvia l’articolo, che vi invito a leggere, vengono esaminati tanto l’approccio “tecnocratico” quanto quello “populista” al problema. Ma lo studio di Brandmayr non si sofferma a dovere sull’aspetto più propriamente sociale e soprattutto politico della questione che affronta, come il recensore rileva.

Si trascura spesso, nelle polemiche contro la cosiddetta “ignoranza della massa”, o del volgo (come si diceva un tempo), che le posizioni che dominano in alcuni campi della scienza vengono messe in discussione non dagli “incolti” o dagli “incompetenti”, ma da alcuni addetti ai lavori: ovvero, talune asserzioni di scienziati “mainstream” vengono attaccate e criticate dall’interno della comunità scientifica, e non necessariamente dal pubblico dei “profani”.

Perché – in questo caso – dare ragione a priori alle asserzioni “mainstream” e non invece a quelle dei “contestatori”, visto che anche questi ultimi hanno titoli per pronunciarsi?

I motivi dell’ostracismo verso le posizioni di dissenso provenienti dalla stessa comunità scientifica sono prevalentemente politici, fa notare l’autore della recensione. In sostanza, viene denunciata come grave, per una società liberale, questa tendenza, giacché risponde a una logica di legittimazione/delegittimazione politica, che con la “scienza” ha poco a che fare.

In altre parole, in questi casi, la scienza diventa ostaggio di un gioco politico, più o meno sottile. Quando la si invoca a difesa di una scelta politica, in varie occasioni la si strumentalizza. E così, non è necessariamente il buon nome della “scienza” (o la lotta contro l’ignoranza “del volgo”) che si sta difendendo, quando si invoca la censura contro le voci di dissenso paradossalmente persino quando provengono dalla stessa comunità scientifica.

E giustamente sostiene il recensore di “IlPedante.org” che in molte occasioni la contrapposizione tra “scienza” e “antiscienza”, ovvero la mitica lotta della “Luce” contro le “Tenebre”, è solo un comodo paravento, dietro cui si nasconde un’altra contrapposizione, ovvero quella

“tra modelli di convivenza (asse politico), interessi dei singoli e di classe (asse sociale) e interpretazioni dei dati disponibili (asse scientifico)”.

D’altra parte – possiamo aggiungere – il fatto che la scienza arrivi a conclusioni univoche e “certe” è in larga misura un mito, poiché al di là di alcuni punti fermi che riguardano discipline come la fisica, raramente le scienze (alcuni studiosi preferiscono parlare di “scienze” al plurale) riescono a stabilire l’ultima parola intorno alle questioni di cui si occupano; raggiungono alcune evidenze, ma non si tratta di certezze (non bisogna confondere le due cose).

L’evidenza è quasi sempre relativa a un determinato periodo storico e fotografa lo stato dell’arte sino a un momento x, e può perciò sempre essere rettificata da evidenze ulteriori e successive, oltre che da nuove teorie che smentiscano in tutto o in parte la lettura che in precedenza veniva offerta rispetto a determinati dati.

In questioni che riguardano previsioni intorno alla probabilità di eventi futuri, o ad andamenti futuri di tendenze attuali, le scienze si muovono poi su un terreno “sdrucciolevole”, che tutto offre tranne che “certezze definitive”. E purtroppo, quando la politica o l’opinione pubblica chiedono alla scienza di fornire “certezze” (o qualcosa che si avvicini approssimativamente ad una certezza), quasi sempre lo fanno proprio in merito a questioni di questo tipo, che comportano previsioni di eventi/andamenti futuri.

Non è colpa degli scienziati/esperti, dunque, se le “certezze” che essi possono fornire in merito alle domande poste dall’opinione pubblica o dalla politica istituzionale sono al massimo calcoli relativi a probabilità, che possono essere smentiti dagli andamenti “reali” degli eventi futuri.

Un altro esempio della lettura “distratta” che di solito si fa della scienza, quando cerchiamo solo “segni di certezze”: quando sentiamo parlare di “fattori di rischio” spesso li scambiamo per “cause certe” di qualcosa, e pertanto possiamo incorrere in errori di valutazione.

Ci possiamo meravigliare perciò se, ancorché un comportamento sia classificato dagli esperti come possibile causa (in quanto fattore di rischio) di conseguenze negative (il rischio di contrarre una malattia seria, ad es.), una persona X che ha tenuto quel comportamento non ha subìto le conseguenze previste (non si è affatto ammalato, ad es.). Siamo portati in quel caso a ritenere che “la scienza” abbia sbagliato; ma è solo perché abbiamo fatto confusione tra “fattore di rischio” e “causa certa”.

(E d’altro canto, non possiamo neppure sottovalutare o ignorare l’importanza dei fattori di rischio, perché non sappiamo se e quanto il fattore inciderà, se compiremo atti che possono portare alle prevedibili conseguenze dannose. Se fumiamo accanitamente, ad es., non è sensato da parte nostra pretendere, per poter decidere “a ragion veduta”, di avere la certezza assoluta della conseguenza letale del nostro comportamento rischioso, giacché basta l’alta probabilità del rischio a fungere da campanello d’allarme, dal momento che non possiamo sapere in anticipo se rientreremo nella esigua percentuale di coloro che nonostante tutto riusciranno ad avere una vita lunga senza conseguenze [letali] a carico dei polmoni.)

E così – altro esempio – dobbiamo stare attenti a non confondere l’affermazione fatta dai/delle singoli/e (esperti/e o scienziati/e) con affermazioni accettate dalla “scienza”, intesa come comunità scientifica. Il singolo, anche se ottimo esperto/scienziato, può esprimere valutazioni/apprezzamenti/giudizi che non sono ascrivibili alla comunità scientifica nel suo insieme; e perciò la sua parola non necessariamente può essere ritenuta equivalente a ciò che dice la scienza su un determinato tema o in un determinato settore.

(Aggiungiamo a questo il fatto che quando un esperto o scienziato si esprime in un campo che non è il proprio, per quanto “esperto” sia, è maggiore la probabilità che faccia affermazioni non corrette: se ad es. uno scienziato esperto di chimica esprime un giudizio su un problema complesso di matematica, è più probabile che la sua asserzione non sia corretta, se non è anche un esperto di matematica. Ovviamente l’esempio della chimica o della matematica si può applicare a tutto: l’esperto di medicina che si esprime su discipline ingegneristiche, l’esperto di astrofisica che si esprime sulla zoologia, ecc. ecc.)

Per tornare alle interessanti riflessioni del recensore di “IlPedante.org”, va detto che fanno notare con encomiabile chiarezza un’importante questione, forse sottovalutata:

“I cittadini non mettono in discussione la scienza e gli scienziati, ma molto più modestamente i messaggi scientifici addotti dall’autorità per giustificare le decisioni politiche che li penalizzano, materialmente (reddito, patrimonio) o immaterialmente (diritti, libertà)”.

Quindi, quando le autorità politiche, reagendo alle contestazioni dei cittadini, li trattano da “nemici della scienza”, lo fanno perlopiù in malafede: la contestazione infatti non è rivolta all’autorità della scienza in sé, ma all’uso strumentale che la politica intende farne.

Ciò che va messo attentamente sotto analisi, se non si vuole avallare – come fa tanta stampa mainstream – il luogo comune del “cittadino ignorante” (e perciò da colpevolizzare a prescindere), è la diffusa tentazione, da parte della politica, di utilizzare

“nozioni di tipo scientifico per asserire la necessità o persino l’inevitabilità delle proprie decisioni”.

E ritengo che sia da sottolineare anche l’ulteriore riflessione che il recensore fa: non siamo davanti – sostiene – a una svolta “neopositivistica” della politica e/o della società; ossia, l’élite politica non è stata “folgorata” dal primato della Ragione (non le interessa più di tanto la “battaglia culturale”); usare l’autorità della scienza, in modo strumentale, per giustificare la presunta inevitabilità delle proprie decisioni, è invece la strategia che i “decision maker” adottano all’occorrenza

“per giustificare provvedimenti impopolari, perniciosi per la maggioranza dei cittadini e perciò incompatibili con il metodo e lo scopo della democrazia”.

La battaglia sulla scienza, sostiene con argomenti condivisibili il citato recensore, è una sorta di discorso allusivo, che rinvia a una posta in gioco che è tutta sociale e politica (ma anche economica): è infatti una contesa intorno al metodo con cui è opportuno governare le società contemporanee e svela tra le righe

“il desiderio, anche di una parte della popolazione, di un autoritarismo gerarchico che non sarebbe altrimenti possibile esprimere in modo esplicito con il vocabolario della politica”.

E’ insomma il “rimosso” della politica nelle democrazie odierne, ciò che è indicibile, e perciò invocato da più parti per vie traverse, per allusioni e rimandi, usando “la scienza” come utile schermo.

Ma la scienza a sua volta diventa anche vittima di questo gioco di specchi, e rischia di essere messa “sotto tutela” (e sottoposta a un controllo “extrascientifico”, e tutto politico, che distingua gli ortodossi dai dissidenti) per il bene della “cosa pubblica”.

II.

L’altro articolo o post interessante, che citavo all’inizio, è quello “Sulla logica dell’assembramento”, di Lorenzo Lasagna, ed è stato postato sia su Facebook che sul blog “Ontologismi”. In questo caso si tratta di una riflessione che riguarda proprio questi giorni di pandemia e misure restrittive – e quindi anche di fughe da tali misure, e del configurarsi della categoria dell’assembramento che negli anni “pacifici” del lungo dopoguerra senza pandemie avevamo dimenticato.

Il punto di partenza della riflessione, qui, è costituito (secondo me correttamente) dal tentativo di sgomberare il campo da ogni paternalismo e da ogni moralismo, e di farsi incalzare dalla constatazione: “Non è possibile che la gente sia del tutto uscita di senno”.

Nella primavera del 2020 – riflette l’autore del post – le autorità politiche, sollecitate da una questione inedita, come la pandemia, hanno fatto ricorso alla strategia della paura. Sul breve periodo funziona, talora anche benissimo (come sa chi cerca di tener buoni i bambini).

Il problema sorge quando l’ostacolo da affrontare è tenace e sopravvive al breve periodo, giacché la paura, nel lungo periodo, è molto meno efficace come deterrente. A poco a poco, ciò che mi inquietava o spaventava l’altro ieri, finisce per lasciarmi indifferente oggi, o anche per indurmi a reazioni rabbiose domani. A mio parere giustamente scrive l’autore:

“In linea generale, dinnanzi a pericoli complessi l’essere umano non ha comportamenti pienamente razionali, da teoria dei giochi. Se gli date uno schiaffo si scanserà, d’accordo. Ma questo è un pericolo puntiforme e immediato. Schivare lo schiaffo non è lo schema generale con cui affrontiamo i pericoli. Il nostro schema è tendenzialmente un altro: preferire un vantaggio concreto e immediato ad uno teorico e differito (avete presente l’uovo oggi e la gallina domani? Quello). Ciò vale soprattutto se il divario tra le due opzioni (uovo o gallina) si allarga, e se il costo che devo pagare per il vantaggio teorico e differito consiste, nell’immediato, in gravi svantaggi e sacrifici”.

E diventa difficile, sempre più difficile man mano che passano i mesi, indurre le persone a restare chiuse in casa, accettando una compressione notevole della naturale tendenza a vivere pienamente la propria esistenza, senza avere una contropartita immediata, che dovrebbe essere rimpiazzata (secondo i decisori pubblici) da: 1] la constatazione di aver evitato un pericolo (che però la persona può per vari motivi non vedere come immediato per sé); 2] l’invito a “essere solidali”, e a rammentare il “dovere” di sacrificarsi per il bene di tutti/e.

Ma ovviamente questi “sostituti” non sono sufficienti. Né la reazione indignata e moralistica delle autorità pubbliche, degli opinionisti, della stampa, di vari cittadini sui social, ecc., può mutare questo dato di fatto.

Dobbiamo tra l’altro ricordare, come sottolinea l’autore del post, che quel che si sta chiedendo alle persone non è comune, ed è ai limiti del sopportabile:

“starsene chiusi in casa per un anno non è un sacrificio ordinario, non rientra cioè tra le normali condotte di prudenza e senso civico”.

Quasi nessuno, nel dibattito politico corrente (tanto meno sui social), sembra avere cognizione di un dato che invece gli studiosi di morale non ignorano, ovvero

“che la scelta di compiere atti sommamente dannosi per sé e sommamente benefici per altri è un caso limite, e che tali atti non possono essere raccomandati, e tantomeno pretesi. Oppure sì, li possiamo anche prescrivere, ma pragmaticamente: senza aspettarci che vengano adottati dalla maggioranza degli esseri umani”.

Tutto questo, come lo stesso autore del post scrive, non significa che dobbiamo giustificare o addirittura incoraggiare gli assembramenti, ma che non possiamo pretendere miracoli, e che le persone tendono in definitiva a comportarsi secondo criteri che non corrispondono necessariamente a un ideale di “bene” conforme ai disegni razionali dei “reggitori” degli Stati. Non dobbiamo trarne la conclusione che viviamo in una “società brutta”.

“La gente è uscita di senno” o “è ignorante”, ancora una volta, sono affermazioni che non denotano nessuno sforzo di ragionamento, da parte di chi le enuncia, ma indicano al massimo uno sfogo emotivo, un disagio, uno scatto di nervi, o – quando pretendono di assumere valenza politica – segnalano un’insofferenza verso le persone ordinarie, verso “le masse”, e quindi sottintendono l’invocazione di un’autorità che “disciplini il gregge”: le conclusioni di questo post sugli assembramenti sembrano perciò echeggiare inavvertitamente quelle dell’altro post qui commentato.

Evidentemente c’è un problema che dobbiamo affrontare e che la pandemia sta portando in luce, e non è la “cattiveria” delle persone, ma il nostro modo di considerare il prossimo (che talora in fondo riteniamo inadatto a fruire dei suoi diritti di cittadinanza).

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