I confini, la guerra, il tempo. Ulteriori riflessioni a partire dal conflitto in Ucraina

Un articolo, La guerra in Ucraina come negazione del tempo e dello spazio, di Paola Giacomoni, da poco comparso su “Le parole e le cose”, mi stimola a fare qualche ulteriore riflessione sulla guerra – non solo sulla guerra in Ucraina ma, direi, sulla possibilità della guerra in genere.

Certo, l’occasione e la necessità di riflettere scaturiscono dalla guerra attuale, ma lo sguardo si estende a considerare le prospettive future.

L’articolo citato parte dalla constatazione della incomprensibilità della guerra in atto, soprattutto da parte degli Europei e dell’Occidente, poiché abbiamo ormai acquisito l’abitudine all’apertura degli spazi, ad «appartenenze molteplici», che privano di senso l’idea e la possibilità che ciascuno di noi possa sentirsi legato a un’identità univoca, chiusa; nel mondo di oggi, scrive l’autrice, «È impossibile, anche volendolo, districare dai molteplici rapporti possibili sul globo la fedeltà esclusiva a una sola comunità».

Seguono poi considerazioni accurate (e in buona parte condivisibili) sul mutamento del senso dello spazio e sulla sua influenza, nell’àmbito delle quali, tra l’altro, vengono commentate tesi di Carl Schmitt (espresse in Terra e mare, in particolare) e di Peter Sloterdijk.
Si torna poi alla questione attuale, riflettendo sull’involuzione della Russia, che dopo un’era caratterizzata dalla conquista dello spazio, e dall’accettazione quindi di un mondo aperto a reti globali, torna a rinchiudersi in un orizzonte che si ricollega «sconsideratamente al prestigio imperiale zarista, la cui eredità non può davvero ispirare molti oggi».

Si abbandonano così le conquiste della scienza – o non costituiscono più l’orizzonte prioritario – riflette Paola Giacomoni; ci si ostina insomma – rileva questa lettura – a riferirsi a “valori” di un passato lontano, che rischiano di strappare la Russia dal presente, per isolarla in fantasiose ossessioni di un altro tempo.

Commenta l’autrice:

«Questa guerra, dal punto di vista di chi l’ha scatenata, rimette in valore i confini terrestri come simboli che si intendono ancora vivi ed essenziali nella storia dei popoli, come fonti di antiche fedeltà. La messa in discussione del loro assetto attuale, rivendicando antiche appartenenze, rivela un approccio fuori da ogni plausibilità storica, da ogni pregnanza di valore».

Certo, a mio avviso, è vero che rimettere in discussione i confini, e sulla base di questo accendere un conflitto, è un atto che nega valore al presente, squalificato a priori come ingiusto, e vuole – con un atto unilaterale – compiere a ritroso il percorso nel tempo, per porre rimedio a una storia che non si è svolta secondo “giustizia”, creando dal nulla un nuovo filo di congiunzione col passato, senza curarsi dei pesanti costi che tale azione comporta. Ogni volta che qualcuno tenta di fare tabula rasa (della storia, della società, dei popoli, ecc.), provoca in primo luogo lutti e tragedie…

Se questo dunque, da un lato, è vero, dall’altro a mio parere c’è, nei confini stessi fra gli Stati, qualcosa che potenzialmente genera conflitti, anche laddove per decenni o persino per secoli questi rimangono sopiti, latenti, fino a sembrare cancellati.

Un confine in realtà comporta sempre la possibilità che esso venga rimesso in discussione: questo forse è il punto delicato, e complesso, non solo del conflitto in atto, ma anche di quelli che il futuro può riservarci ancora.

Perché un confine è potenzialmente oggetto di conflitto? Per varie ragioni, probabilmente, ma soprattutto perché generalmente è esso stesso la cicatrice di conflitti passati.

Un confine non scaturisce mai “dalla natura delle cose”, e quasi mai da accordi realmente pacifici fra popoli, etnie, nazioni, ecc.; di solito è tracciato al termine di una contesa, se non di una vera e propria guerra, e in vari casi è edificato simbolicamente sul sacrificio di un certo numero di persone (i “caduti”). E’ il ricordo di un dolore collettivo, non di una festa.

Trovo dunque nell’ultima lunga citazione riportata dall’articolo di Paola Giacomoni una contraddizione, che andrebbe esplicitata: da un lato infatti viene contestato il fatto che i confini terrestri possano essere intesi come «ancora vivi ed essenziali nella storia dei popoli, come fonti di antiche fedeltà», ma dall’altro si nega, in quanto illegittima o infondata, la possibilità che venga messo in discussione il «loro assetto attuale».

Ma se i confini non sono più «vivi ed essenziali nella storia dei popoli», non dovrebbe essere importante il «loro assetto attuale», e dunque dovrebbe essere possibile rimetterlo in discussione (escludendo comunque l’opzione bellica); oppure, al contrario, se l’assetto attuale è così importante da non poter essere (se non con scandalo e riprovazione) rimesso in discussione in nessuna sede (pacifica, ovviamente), non è vero che i confini non sono più «vivi ed essenziali nella storia dei popoli».

E secondo me non è un caso che sorga una tale contraddizione che – voglio chiarirlo – non è imputabile tanto all’autrice dell’articolo, quanto invece, probabilmente, all’attuale status quo dei rapporti internazionali. Non è un caso, dicevo, perché essa nasce dall’oblio forzato (e convenzionale) rispetto all’origine dei singoli confini fra gli Stati, che peraltro – come scrivevo già in un altro post – non riescono quasi mai a separare con “precisione chirurgica” un’etnia da un’altra, un popolo da un altro, e generano perciò situazioni tali da costringere gruppi etnici di minoranza (o semplicemente perdenti, sotto il profilo di determinati rapporti di forza) a convivere con altri gruppi etnici in nazioni che talora pretendono di essere “monoetniche” non essendolo realmente.

Un confine non è insomma garanzia contro i conflitti, ma ne è una delle precondizioni perenni, e proprio perché ricorda lutti e sofferenze passate; l’oblio collettivo spesso spegne il rischio del risorgere di tensioni intorno al medesimo confine, una volta che quest’ultimo è stato stabilito, ma non è una “medicina” tale da potere scongiurare in assoluto il pericolo, in quanto quasi mai separa nettamente “entità” distinte (popoli, etnie, ecc.).

D’altra parte talora è la stessa “unità” degli Stati, dentro confini apparentemente indiscussi, che vacilla, come dimostrano vari casi di guerre civili infinite e dolorosissime, cui negli ultimi anni abbiamo assistito (si pensi alla Siria).

Tutto questo però ci porta a pensare che l'”apertura” del mondo, come un globo senza confini – di cui parla la prima parte dell’articolo – sia più problematica di quanto non appaia a prima vista: non è del tutto vero che le identità etniche e nazionali non hanno tuttora la loro importanza; il fatto che si diano appartenenze multiple e rapporti che scavalcano i confini nazionali non è in grado, di per sé, di scalfire la “robustezza” delle molteplici e distinte identità etniche e nazionali.

Non sottovalutiamo quindi tale robustezza, cullandoci nell’illusione che la tendenza verso la globalizzazione stia annullando, con la sua sola esistenza, la forza di certe appartenenze.

Ma in definitiva, come se ne esce? – viene spontaneo chiedersi, soprattutto assistendo alla guerra in atto in Ucraina (che non deve farci dimenticare il fatto che nel mondo sono comunque in corso altre guerre, che – per vari e talora discutibili motivi che non staremo qui a elencare – fanno “meno notizia”).

A una simile domanda si può rispondere in due modi differenti: 1) cercando di comprendere cosa bisognerebbe fare, in termini di prospettive a lungo termine per disinnescare la possibilità delle guerre (e non di una soltanto); 2) cercando di capire cosa si può fare nell’immediato, per porre fine a questa guerra.

Quanto al primo tipo di risposta, si deve a mio avviso premettere che non esiste ovviamente nessuna “ricetta pronta”. Tuttavia probabilmente bisogna puntare, in prospettiva, a superare la stessa nozione dello Stato come “unità etnica”. Non deve trattarsi di una semplice formula retorica: ciò significa ad esempio che gli Stati – quelli che comprendono al loro interno gruppi etnici differenti (e sono la maggior parte) – dovranno superare il centralismo, il monolinguismo e altre loro attuali caratteristiche (lo stesso principio di “sovranità” andrà inteso in maniera meno “egoistica”, per così dire). Soltanto così si potrà dare un nuovo senso ai confini degli Stati, facendo davvero dimenticare la loro origine storica e rendendoli poco rilevanti.

Non si tratta di un obiettivo facile, in ogni caso; ammesso che lo si voglia davvero raggiungere, richiede cambiamenti imponenti nel modo di intendere la politica e le relazioni fra gli Stati, e ci vorranno varie generazioni, probabilmente, perché possa essere centrato.

Un’altra fonte di conflitti, che non va sottovalutata, è costituita dalle disparità nella distribuzione del benessere e della ricchezza, sia all’interno degli Stati che tra le varie parti del mondo. C’è un dibattito su questo specifico tema, e nel suo àmbito alcuni autorevoli studiosi sostengono che la giustizia vada valutata ormai su scala globale e che pertanto gli Stati “ricchi” o “potenti” avrebbero il dovere (da sancire in modo specifico nel quadro del diritto internazionale) di cedere agli altri qualcosa della loro ricchezza o potenza: non tutti sono d’accordo su questo punto (anzi, molti dissentono), ma non v’è dubbio che sempre più, in un futuro non lontano, si discuterà di questa o di simili opzioni.

Torniamo però all’interrogativo “Come se ne esce?” Fin qui abbiamo parlato dell’obiettivo a lungo termine; ma cosa si può fare qui ed ora?

Nemmeno la risposta a questa domanda appare semplice. E’ più agevole cercare di comprendere cosa non si dovrebbe fare.

A mio avviso, come “osservatori esterni”, ma anche come “esperti” (non si è mai esperti abbastanza), non si dovrebbe presumere di sapere già tutto, di avere capito già tutto, di quello che sta succedendo in Ucraina, di quello che vogliono la Russia o il suo leader, dei prodromi del conflitto, delle cause (forse ve n’è più di una?) che l’hanno scatenato, di avere individuato con precisione quali siano le forze in Russia che sostengono la guerra ed eventualmente ne traggono beneficio (il solo Putin?), ecc.

Leggo, sui giornali, sulle riviste, sui blog, molte analisi anche dotte (ma non sempre…) che sciorinano come altrettante certezze acquisite la causa della guerra in Ucraina (sia che la collochino nell’imperialismo di Putin sia che la collochino nelle “provocazioni” ucraine o della Nato, ecc.). E rifletto immediatamente sul fatto che da circa un secolo gli storici stanno cercando di arrivare a una conclusione univoca e condivisa intorno… alle cause della Prima guerra mondiale… 1914-1918!

E forse non dovremmo più fare troppo affidamento, benché la cosa suoni “tanto realistica”, sul raggiungimento di equilibri basati semplicemente sui rapporti di forza. Un errore del genere viene ad esempio compiuto dal governo statunitense quando sembra suggerire che l’obiettivo prioritario sarebbe quello di nuocere talmente alla Russia da impedirle di continuare a esercitare un ruolo di primo piano nel mondo (metterla non solo fuori combattimento, ma anche fuori gioco una volta per tutte – umiliarla in modo permanente, insomma): d’accordo, nell’immediato la cosa, ammesso che riesca, sembrerà funzionare, ma…

…Gli equilibri basati sui rapporti di forza (che non siano fondati anche e in maggior misura su princìpi di ordine differente, ragionevoli e condivisi) saranno anche “realistici”, ma hanno in sé un elemento grave di fragilità e perciò gravido di conseguenze: con la loro stessa esistenza, attivano – in chi si trova dal lato “debole” di quei rapporti – movimenti o forze che si pongono l’obiettivo di rovesciare l’equilibrio. Essi generano insomma non stabilità, ma potenziale tensione. (E ovviamente qui non parlo solo della questione del conflitto Russia-Ucraina, ma di un problema più vasto, direi “globale”… Mi rendo conto che non è una filosofia che si può mutare dall’oggi al domani, ma dovremmo partire da ora per poter costruire un cambiamento dignitoso in futuro.)

Sempre allargando un po’ lo sguardo oltre l’immediato, non si può dare per scontato l’esito della “globalizzazione”, né ritenere quest’ultima di per sé garanzia di una “pace perpetua”.

L’Europa del 1989 credeva di avere davanti a sé un periodo di pace e prosperità e invece si è trovata di lì a poco, negli anni Novanta, davanti all’esplosione delle guerre nei Balcani, considerate inconcepibili sino a un istante prima, per così dire.

Anche nel XXI secolo abbiamo pensato che non si potesse verificare un’altra guerra nell’area geografica dell’Europa; i fatti di questi mesi hanno smentito le nostre fragili certezze.

Ciò vuol dire che le guerre sono una possibilità tuttora presente, e che facciamo male a ritenerle (definitivamente) distanti da noi nel tempo e nello spazio.

I mercati non ci proteggono necessariamente dalle guerre; e neppure le “frontiere aperte”, perché probabilmente quelle frontiere testimoniano con la loro presenza un’apertura solo apparente, o non abbastanza profonda. (Secondo alcuni studiosi, le frontiere resistono perché si mostrano ambivalenti: appaiono chiuse o aperte a seconda delle convenienze e delle circostanze – ma ciò significa che non sono affatto ininfluenti e che non sono in via di estinzione.)

Ci sono – ricorda l’articolo citato – letture autorevoli che indicano come oggi

«I conflitti tra popoli e culture [appaiano] in un orizzonte molto più vasto e [sfumino] nella loro nettezza e nella loro contrapposizione storica, favorendo invece un approccio cosmopolita e universalista».

Nulla di ciò in realtà è davvero scontato. Non è vero che siamo, o che possiamo sentirci nel mondo attuale, semplicemente “cittadini/e del mondo”. Le distanze si riducono – grazie ad esempio al Web, che voi ed io stiamo usando in questo momento – ma non per questo si cancellano, anche quando sembrano annullarsi. Il luogo in cui fisicamente ci troviamo non è indifferente, anche se il “peso” dei rapporti mediati dalla telematica sembra accrescersi ogni giorno di più, consegnandoci l’impressione di essere “disancorati” dal posto fisico in cui siamo collocati. Siamo inoltre apparentemente proiettati sempre più nel futuro, tanto da non preoccuparci più della memoria e di ciò che ereditiamo dal passato, ma non proveniamo dal nulla e pertanto il passato contribuisce in modo significativo a fare di noi ciò che siamo, che questo ci piaccia o no.

Forse ci gioverebbe essere più consapevoli di tutto ciò.

La parte conclusiva dell’articolo citato parla dell’ossessione ricorrente in Russia, che porta quest’ultima a vedere se stessa come “accerchiata” da nemici sempre in agguato; scrive l’autrice:

«La narrazione della patria accerchiata risale a un’epoca molto lontana dalla nostra, e oblia persino la storia del secondo Novecento. Per questo, comunque vada questa guerra, non ha futuro».

Bisognerebbe essere in grado di stabilire fino a che punto questa percezione ricorrente nella mentalità russa costituisca un “mito collettivo” e fino a che punto essa invece non risponda, in determinati periodi, a un pericolo effettivamente esistente. La tendenza a isolare la Russia (se non ad accerchiarla) c’è stata, perlomeno negli anni cruciali successivi all’avvento dei Bolscevichi. Era una “paranoia” anche quella?

Non ho risposte certe e “definitive” su ciò, ma dubito che lo fosse.

Certo, forse oggi la narrazione risulta ridondante, gravata da un’enfasi che sa di propaganda. Ma va detto (come accennavo sopra) che talora purtroppo il passato “non passa” a un semplice cenno della mano (neppure il più potente dei potenti sulla Terra può permettersi questa battuta nella commedia della realtà: “Ohplà, è iniziata la modernità / è iniziato il XXI secolo! Che scompaia dunque tutto il resto!”).

L’ultima frase dell’articolo richiede poi un commento a sé: «Per questo, comunque vada questa guerra, non ha futuro».

La frase intende evidentemente dire che quella narrazione russa non ha futuro; ma sembra anche suggerire che questa guerra, o la guerra in genere, non ha futuro.

Che quella narrazione non abbia futuro è molto probabile, e sicuramente auspicabile.

Quanto alla guerra, come ogni singola guerra, si consumerà e non avrà futuro – non sappiamo però se si trascinerà troppo a lungo, come è capitato ad altre guerre recenti (rivado all’esempio della Siria). In tal caso, lascerà al futuro un’eredità di lutti e risentimenti che non si “cicatrizzerà” tanto presto.

Circa il destino della guerra in genere, poi, non mi sbilancerei nei pronostici. Prima di poter dire che “non ha futuro”, ho bisogno di prove solide e convergenti, che al momento non vedo…

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